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CoachMag n.86 – Bias Cognitivi: come influenzano le sessioni di Coaching senza che tu te ne accorga

Carissimi Lettori,

esiste un momento, in ogni sessione di Coaching, in cui accade qualcosa di invisibile.

Una domanda viene posta, dunque una storia viene raccontata, mentre un significato prende forma.

Eppure, mentre pensiamo di osservare la realtà del Coachee, in quel preciso istante anche la nostra mente sta interpretando, filtrando, semplificando.

Non lo fa per errore.

Lo fa per natura.

Si chiamano bias cognitivi: scorciatoie mentali con cui il cervello umano organizza la complessità del mondo.

Sono indispensabili per vivere.

Ma possono diventare pericolosi quando restano invisibili.

È da questa consapevolezza che nasce il Focus del numero 86 di CoachMag, dedicato ai “Bias cognitivi: come influenzano le sessioni di Coaching, senza che tu te ne accorga”.

In queste pagine esploriamo uno dei territori più affascinanti — e più delicati — della nostra professione: il punto cieco del Coaching.

Perché i bias influenzano il modo in cui il Coachee interpreta se stesso, le proprie possibilità, le scelte che ha davanti. Modellano le storie che racconta, i significati che attribuisce agli eventi, i limiti che crede di avere.

Ma la domanda più interessante non riguarda il Coachee.

Riguarda noi.

Anche il Coach ha dei bias.

Bias di conferma, quando crediamo di aver capito tutto troppo presto.

Bias di somiglianza, quando ci sentiamo più allineati con chi ci assomiglia.

Bias culturali ed emotivi, quando alcune scelte del Coachee ci sembrano ovvie — o incomprensibili — solo perché non coincidono con il nostro sistema di valori.

Non è un errore.

È umanità.

Il problema nasce quando il nostro filtro diventa invisibile ai nostri stessi occhi.

Per questo motivo questo numero di CoachMag non nasce per cercare un’impossibile neutralità nel Coaching.

Nasce per sviluppare consapevolezza professionale.

Perché il Coaching più maturo non è quello che pretende di non avere filtri.

È quello che ha il coraggio di guardarli.

Accanto a questo percorso di consapevolezza, continua anche la mia rubrica “Alla Direzione del Coaching”.

In questo numero ho scelto di partire da una domanda che considero fondamentale per la nostra professione: da dove nasce davvero una sessione di Coaching efficace?

Siamo abituati a parlare di strumenti, modelli, domande potenti.

Ma prima delle tecniche esiste qualcosa di più profondo che orienta il lavoro del Coach: il suo punto di osservazione.

Ogni Coach entra in sessione con una storia, con valori, convinzioni, esperienze. Ed è proprio da lì — spesso in modo silenzioso — che nasce la qualità della presenza che portiamo nella relazione.

È in quel punto che il Coaching smette di essere soltanto metodo.

E diventa responsabilità culturale e professionale.

Perché accompagnare qualcuno nel suo percorso di cambiamento significa anche saper distinguere tra ciò che appartiene al Coachee e ciò che appartiene a noi.

Significa coltivare lucidità, integrità, e la disponibilità a mettersi continuamente in discussione.

È proprio questo il filo rosso che attraversa tutto questo numero della rivista.

Diventare consapevoli dei nostri bias non significa eliminarli.

Significa non lasciare che guidino il Coaching al posto nostro.

Perché nel Coaching non conta solo ciò che viene detto.

Conta da quale punto di osservazione lo guardiamo.

img-4Buona lettura e buona evoluzione
Dal Vostro Direttore
Natascia Pane

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