Carissimi Lettori,
Coaching e conflitto. Gestire tensioni senza spegnerle: di questo ci occupiamo in questo nuovo numero di CoachMag.
Il conflitto non è un incidente nei sistemi umani.
Dove ci sono persone, ruoli, valori, bisogni, identità e obiettivi diversi, prima o poi la tensione emerge. E quando emerge, non sempre sta dicendo che qualcosa è andato storto.
A volte sta dicendo che qualcosa chiede di essere visto.
È da questa consapevolezza che nasce questo Focus della rivista, dedicato a un tema tanto inevitabile quanto ancora troppo spesso frainteso.
In questo numero esploriamo il conflitto non come problema da eliminare, ma come segnale da ascoltare.
Come informazione preziosa. Come spazio di verità.
Come passaggio possibile verso chiarezza, scelta e responsabilità.
Il Coaching non ha il compito di fare pace a tutti i costi.
Il Coach non è chiamato a spegnere ogni attrito, né a produrre armonie artificiali.
Il suo compito è molto più delicato: creare uno spazio sufficientemente sicuro perché la tensione possa essere guardata, compresa e attraversata.
Nelle pagine di questo numero entreremo nel conflitto da molte prospettive: il conflitto interiore, quello familiare, quello nei team, nelle aziende, nello sport, nella leadership, nella comunicazione, nel business e nel marketing.
Vedremo come una tensione possa manifestarsi in forma di silenzio, resistenza, opposizione, blocco, ambivalenza o richiesta contraddittoria. E vedremo anche quanto il rapporto personale del Coach con il conflitto possa influenzare la qualità della sessione.
Perché questa è la domanda più scomoda: come stiamo noi, Coach, dentro la tensione?
La reggiamo?
La evitiamo?
La acceleriamo verso una soluzione?
La trasformiamo troppo in fretta in tecnica, domanda, modello?
Un Coaching maturo non promette scorciatoie.
Sa che, a volte, proprio ciò che il Coachee vorrebbe evitare contiene l’informazione più importante del percorso.
E in questo numero continua anche la mia rubrica “Alla Direzione del Coaching”, con un articolo che considero particolarmente necessario: l’errore più grave che un Coach possa fare nel scegliere il proprio target .
Ho voluto affrontare un punto scomodo: la confusione tra empatia e risonanza emotiva. Perché scegliere di lavorare con un target troppo vicino alla propria storia personale ancora aperta può sembrare autenticità, ma può diventare perdita di lucidità.
Accompagnare qualcuno richiede presenza, competenza e anche la giusta distanza.
Scegliere il proprio target non è solo una decisione di marketing.
È una responsabilità professionale.
Forse il filo rosso di questo numero è proprio questo: imparare a non scappare da ciò che crea attrito .
Nel conflitto, se sappiamo restare, qualcosa si rivela.
Una verità nascosta.
Un confine non dichiarato.
Un bisogno non ascoltato.
Una scelta rimandata troppo a lungo.
Il conflitto non chiede sempre di essere risolto in fretta.
A volte chiede solo una cosa molto più difficile: essere finalmente ascoltato.

Buona lettura e buon attrito
Dal Vostro Direttore
Natascia Pane
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